La strategia oceano blu raccontata da chi rema

Voglio raccontarvi una storia.

Quando io sono entrata in banca, c’ era un collega che era stato appena assunto, proprio come me e, ovviamente,  ci misero a fare la cassa, in due filiali differenti. Quando ogni tanto gli scrivevo una mail (allora non c’ era la possibilità di dialogare in tempo reale) ,gli chiedevo come andava e lui mi diceva che piano piano imparava… io negoziavo gli assegni esteri e caricavo già il bancomat, lui faceva solo il versamento e il prelievo e continuava a guardare gli altri per imparare.

Con gli anni il servizio casse è andato in desuetudine, il nuovo piano di impresa prevedeva meno casse (sostituite dalle nuove tecnologiche macchine automatiche) e più sviluppo di professionalità capaci di “gestire” relazioni e nasce, tra le altre cose,  banca 5 .

Io e lui veniamo messi a fare questa cosa e,  quando gli chiedevo come andava, mi diceva che piano piano imparava. Qualche mese prima che venisse presentato il nuovo piano di impresa, lui era sempre a vedere come si apriva un deposito titoli, io avevo triplicato il valore del portafoglio che mi era stato affidato, facendo affluire su di esso le liquidità, piccole o grandi che fossero, che questi potenziali clienti avevano molto spesso presso altre banche e proponevo prodotti assicurativi volti a proteggere appunto i capitali che ci erano stati affidati.

Finito anche questo piano di impresa, banca 5 diviene altro, passa ai tabacchi , va ad aggredire con tempi più rapidi ed in modalità più snelle, fasce di clienti che in banca altrimenti difficilmente sarebbero arrivate e noi, così,  espletata tutta la formazione necessaria, diventiamo gestori.

Anche in questa occasione, a distanza di un anno, lo chiamo, per vedere come va e lui mi racconta che piano piano stava imparando.

Non dite nulla, già vi immagino col capo che ondeggia a destra e sinistra in senso di dissenso che dite: “Eccola! Racconta questa storia perché vuole fare la fenomena, perché si sente meglio del collega, perché vuole screditarlo, per mostrare che è brava solo lei”.

No, niente di più falso. Non solo possiedo la convinzione granitica che il collega goda di un quoziente intellettivo e di capacità ben superiori alle mie (e la dimostrazione di quanto affermo è nel fatto che nella sua vita privata lui goda di successi,-penso a quello ad esempio di possedere e gestire una famiglia- che io difficilmente avrò mai) ma sono anche consapevole che la professionalità non si possa improvvisare, che lo studio e la preparazione siano fondamentali, che la crescita richieda tempo. Nessun momento di vana esaltazione dunque, il punto è un altro.

Racconto questa storia per parlare di un tema che è fondamentale per quest’ epoca  e fondamentale per il mercato: il tema dei tempi di reazione. In un mercato che vola alla velocità della luce, in una situazione geopolitica di repentino mutamento, con una tecnologia che cresce a ritmi esponenziali rendendo obsoleto ciò che era nuovo praticamente tre ore prima…in un contesto del genere, se l’ azienda che mi da il pane cambiasse al ritmo che io ritengo adeguato per me ed il mio stile di vita, in quanto tempo fallirebbe, lasciandomi sul lastrico?

Ecco, da bravo essere umano che pensa a se stessa, al mantenimento del proprio tenore di vita, a questo io penso ogni volta che qualcuno mi dice “piano piano”. A questo penso quando ascolto Barrese raccontare della strategia oceano blu. Se immagino la mia azienda come una barca, so per certo che io ed altre centomila persone circa, non siamo altro che marinai che muovono i remi. La scelta su dove indirizzare la barca, ce la da e ce la darà sempre la nostra bussola, il management, assumendosene relativi oneri ed onori. La velocità, però, quella la facciamo noi, le nostre braccia che spingono ogni singolo remo.

All’ inizio è possibile navigare a velocità di crociera, per prendere dimestichezza con i remi ed il mare, tuttavia, arrivati ad un certo punto, ci ricordano Chan Kim e Renée Mauborgne, l’ oceano blu, prima pescoso e ricco, comincia a popolarsi di altre navi, tingendosi di rosso. E’ per questo che non dobbiamo permetterci troppo a lungo di andare pian piano.

Ogni giorno, dal mio piccolo remo, scorgo in lontananza navi che si avvicinano. Quello che mi sono data come obiettivo personale, è quello di non diventare mai uno che strilla a chi condivide il remo con lui di remare più forte, ma di fargli notare, semplicemente, quali sono le leggi di buona sopravvivenza in mare: mantenere sempre un buon ritmo, seguire la bussola e non smettere mai di guardarsi intorno.

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