Sotto il guscio siamo uguali.

Ho appena letto del suicidio del modello trentaduenne Rick Genest.
Tutti noi lo conoscevamo come “zombie boy”, per via dei tatuaggi su tutto il corpo.
Un uomo che aveva suscitato critiche e giudizi asprissimi da parte di tutta quella fetta di mondo benpensante convinta di essere sempre in diritto di giudicare e sapere cosa sia consono e cosa no.

Non entro nel merito della questione “tatuaggi”, tantomeno mi interessa andare a cercare motivazioni che rendano comprensibili scelte di vita ( e di morte) estreme.
Poco mi interessa del fatto che in adolescenza fosse stato operato di tumore al cervello, ancor meno di sapere se si drogasse o meno. Ciò su cui rifletto invece è la fragilità umana. Quella stessa fragilità che si cela dietro una timida ragazzina che decide di lasciarsi andare non mangiando più ma anche, incredibile a dirsi, dietro un ceffo che alla vista ci fa paura e raccapriccio, che pare il più forte e pericoloso sulla terra ma che, invece, è fatto della stessa fibra e dello stesso cuore della ragazzina che poi anzi citavamo. Dovremmo andare cauti con i giudizi, specie sulle apparenze: fuori, ognuno di noi, ha il guscio che si è dipinto.

Dentro, oltre gli abiti, il corpo, l’ atteggiamento, molto spesso, siamo tutti uguali.

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