The lady, la web serie più seria del momento.

Essere a letto, malati, per quelle come me è un dramma. Questo pomeriggio tuttavia è passato più in fretta, grazie all’ aiuto della Del Santo. Si, proprio lei, passata agli onori della cronaca come attrice e soubrette, oggi la si riscopre regista. Beh, in realtà io la riscopro oggi, perché il suo progetto originario è datato 2014 e vanta già tre  stagioni di webserie. Il titolo è “the lady” e la trama è….boh, la trama non ve la so raccontare ma non è questo il punto, anzi, il punto è che la trama è proprio come tutto il resto, un equilibrio meraviglioso di non sense e truzzate.
Dimenticate tutte le serie che avete visto finora, scordate gli effetti speciali portentosi di game of trone, il realismo studiato in modo cervellotico e perfetto dai professionisti di gomorra, gli intrighi pieni di impegno di grace anatomy, i nomi altisonanti degli attori che recitano in sons of anarchy, eccetera eccetera eccetera.
In questa serie ci proiettiamo nel presente più reale che esista, in un’ Italia dove tutto va fatto con quattro lire perché c’ è la crisi, vero, ma soprattutto perché tutti ci si ingegna a far tutto tanto l’ esperienza non conta e la meritocrazia trionfa. Uno stupendo spaccato di questo momento storico trasuda in ognuno dei 15 minuti che dura ogni puntata. L’ approssimazione con cui si fa oramai ogni cosa è l’ elemento caratterizzante, altro che trama. Un realismo senza pari. Ad esempio il responsabile del suono, fonico o come volete classificarlo tanto non fa differenza, probabilmente fino a ieri incassava voucher come  badante perché è matematicamente impossibile che una persona che abbia anche solo la passione per questa cosa qui non azzecchi mai e dico mai, il sincrono del labiale con il parlato.
Le costumiste probabilmente rubano i capi dei tronisti di uomini e donne rispediti a casa perché troppo trash o forse hanno acquistato un lotto di quelli sequestrati a casa di Lele Mora dopo il fallimento.
Per il ruolo di direttore della fotografia avranno assunto un cieco puntando sulle agevolazioni fiscali e sicuramente lo avranno fatto affiancare, solo perché lo prevede la legge eh, mica per altruismo, dal direttore della fotografia di  Tinto Brass. Gli attori, diciamocelo, non sono usciti dall’ accademia di Roma eh, ma attenzione: sono belli ai limiti dell umano, sono tatuati e rifatti e tanto basta. Eccetto il. mio preferito, il filippino. Ecco, lui incarna esattamente l’ immagine stereotipata che abbiamo noi degli stranieri sottoposti. Brutto come la fame, parla come uno di quei personaggi di colore che apparivano in film tipo “abbronzatissimi” e compagnia danzante, tanto l’ idea che abbiamo di questa gente è rimasta pressoché immutata. E cosi proseguendo fino alla fine: Non c’ è un solo ruolo,  uno soltanto, che sia ricoperto da un professionista degno di questo nome.
Oh provateci voi a fare una cosa del genere.
I
M
P
O
S
S
I
B
I
L
E
E il risultato, ve, lo garantisco, è egregio.
Non ho mai perso cosi tanto tempo dietro a una cosa priva a questo modo di senso con tanta soddisfazione. Ho perso molto tempo con uomini che non valevano la pena, questo si, ma questa è tutta un altra faccenda.Il tempo dedicato alla visione della web serie è tempo speso bene, ci serve per riflettere, è l’ esplicazione pratica del concetto teorico di Deneault sulla mediocrazia. Quello di  Lory è un progetto talmente egregio da sentirmi addirittura di voler contribuire.Così, tanto per dire, potrei mettere a disposizione la mia totale non conoscenza dell’ inglese per la traduzione dei testi per l’ edizione americana. Sarebbe un successo.
Lory, se mi leggi, assumimi, non te ne pentirai!
E voi, cari amici della rete, se la conoscete, spezzate una lancia in mio favore, che , ve lo garantisco, ci sarebbero belle soddisfazioni!
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Acqua.

“E cosi ogni giorno, al  rientro, con ancora il cappotto addosso apriva la porta del bagno, allungava la mano verso il rubinetto ed apriva l’ acqua. Sciacquava con cura la vasca con l’ acqua calda, come se non fosse usata da molto tempo, come se polvere e batteri potessero aver avuto in qualche modo il tempo di annidarsi li, nel tempo  che intercorreva tra un bagno e l’ altro. Quando vedeva la vecchia porcellana adeguatamente lucida bloccava con il tappo la discesa nella tubatura, versava 5 gocce di un estratto erboristico al mentolo molto profumato e chiudeva la porta, per impedire al tiepido vapore di disperdersi dal bagno. Si recava in cucina, dava velocemente da mangiare al gatto e lo lasciava andare in terrazza, per essere libera anche dai suoi viziosi miagolii, si preparava una tisana al finocchio, prendeva il suo libro e tornava nel bagno.il pigiama era già li dal mattino, il sistema era oramai frutto di anni di perfezionamento e a breve tutto sarebbe andato finalmente a posto. I pochi istanti di freddo che procedono l’ immersione rendono ancor più piacevole la discesa nell’ acqua. In pochi secondi il corpo è leggero, rilassato,libero da ogni senso di pressione e oppressione ed il tepore dell’ acqua lo rilassa.  I vapori al mentolo, al pino, al timo, ricordano centri benessere, chalet di montagna, sensazioni provate che ancora oggi, a distanza, fanno piacere. E’ cosi dolce tutto questo…così pulito, silenzioso….piano piano il corpo desidera scendere sempre più giu, coprire a filo le orecchie…i rumori spariscono improvvisamente. Tutto si ovatta. “Bisogna andare più sotto” le suggeriva la mente. Oramai il corpo era tutto immerso e non fosse per il fiato che dopo un poco cominciava a mancare è li che sarebbe rimasta, a lungo. i capelli fluttuano leggeri, il corpo si mantiene giu con le braccia, sfidando la fisica, l acqua lava via tutto, ogni cosa, ogni traccia della giornata, ogni pensiero. Qualche illustre psicologo potrebbe collegare questa sua abitudine a teorie ben precise. Vasche che diventano uteri, acqua che lava via sensi di colpa reconditi, chissà quali altre diavolerie. Lei, negli anni, a tutto questo ovviamente aveva già pensato, ma aveva convenuto ciò che era più logico e giusto, ovvero che non importava. Quel rito le serviva, quel rito la aiutava. Quel rito le apparteneva. Che fosse la ricerca dell’ utero materno o il suo innato culto per il piacere del corpo poco cambiava, stava bene, il resto non contava.”

Sgamby, racconti, 2017

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Le diverse età dell’ amore

C’ è un amore per ogni stagione, l’ importante è viverlo”…Così canta Eros, così ci raccontiamo noi donne mentre attente leggiamo dozzine di articoli che puntualmente sbucano come funghi su internet e sulle riviste femminili in questo periodo. E’ vero, l’ amore che si prova a vent’anni lo si vive in modo differente che a trenta, a quaranta, cinquanta e compagnia danzante. Ma siamo davvero cosi sicure che un analisi attenta su questo tema ci possa venire da questi trafiletti, scritti magari anche da illustri psicologi, sociologi e tuttologi di ogni ordine e grado?

Attenzione, non è che con questa domanda io intenda dire che ognuno di noi ne sappia di più di chi ha fatto dello studio analitico di questi fenomeni la sua vita, anzi. Dico solo che forse l’ amore è uno di quei sentimenti cosi strani e irrazionali, banali e prevedibili, noiosi e ricchi di sorprese, che due esperienze uguali difficilmente riescono ad esistere. Analizziamo ad esempio nelle letterature e nell’ arte quante forme ne sussistono….il calcolo riuscirebbe impossibile. La verità è che per quanto lo si cerchi di catalogare, recensire, imbrigliare, l’ amore non può essere sintetizzato. Non può essere classificato. Non può essere paragonato.

Può essere provato. Solo e soltanto provato. Ciascuno di noi, nel corso della propria esistenza, ne ha sperimentato diverse forme ed effetti e ne continuerà a sperimentare fino all istante in cui chiuderà gli occhi per sempre. Certo, ci sono quelli che ci raccontano di non percepire più nulla del genere nel proprio cuore da molto tempo, ma io a costoro credo poco. O forse chissà, forse ad ognuno di noi è data una quantità prestabilita di amore da provare e chi quella quantità se l’ è sfruttata tutta subito magari ne resta sguarnito ma, nel corso dell’ intera esistenza, chi prima e chi dopo, tutti abbiamo dovuto fare i conti col signor Cupido. Ed eccoci qui, a tirare le somme. Daniela, trentaquattrenne, single. Come lo vivo l’ amore io? come lo vive una persona con le mie caratteristiche? Beh, diciamo che su questo argomento negli anni mi sono data molto da fare…ho provato quello adolescenziale alla Federico Moccia, quello maledetto alla Baudelaire, quello deprimente alla Leopardi, quello passionale alla cinquanta sfumature. Oggi, a ragion veduta credo che quello che più mi rispecchia sia quello razionale, disinteressato e allo stesso tempo disincantato di “seta”. Vi do anzi un suggerimento carino per la vostra festa degli innamorati: invece dei braccialetti Pandora recatevi in libreria, compratene una copia e leggetelo dopo cena al vostro innamorato. Se non siete fidanzate con una capra mononeurone o con un primate con il pollice opponibile apprezzerà, garantito.

Ma come può una single parlare di amore? o meglio: si può provare amore pur non avendo nella testa nessun essere umano cui far riferimento? Beh, io credo proprio di si. Credo che si possa provare amore  pur non avendo qualcuno cui indirizzarlo. Credo altresì che questo mio amore dei trentaquattro anni  lo veda simile a  quello di Helene, che salva suo marito da se stesso. Che conscia della sua infatuazione per un altra non gli sbatte la porta in faccia, non gli urla quanto sia idiota e quanto sia sciocco tutto ciò, no. Gli crea una storia dignitosa che lo accompagni fuori da quel tunnel pericoloso che gli fece rischiare la vita una volta, dopo di che, senza rinfacciargli mai nulla, senza fargli sapere cosa ha fatto per lui, prosegue la sua vita a suo fianco, in serenità. Nonostante quel tradimento mentale, nonostante i figli mai arrivati, nonostante le piccole delusioni della vita. Che a trentaquattro anni, diciamocelo, hai meno certezze che a venti. L’ unica certezza che hai è che la perfezione non esiste e che sbagliare, cadere e rialzarsi, sia ciò che più ci caratterizza come umani.

Buona festa a chi ama

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RIFLESSIONI A CALDO SULLA LETTERA DI MICHELE, MORTO SUICIDA A 30 ANNI.

C’ è un uomo che è un portento. Si laurea in genetica cellulare. Non è un idiota, tutt’ altro. Poi, un giorno del 1972 molla la carriera scientifica e si dedica totalmente al buddismo, diventando, da genio quale è, l’ interprete francese del Dalai Lama in persona. Un fricchettone, dico spesso in questi casi… uno che, non pago di ciò che ha, deve necessariamente ricercare qualcosa d’ altro, qualcosa che forse nemmeno esiste. La verità però è che io a Matthieu Ricard, questo è il suo nome, devo molto. Grazie alle sue riflessioni impresse su carta, molti esseri razionali e attaccati con le unghie e con i denti alla banalità del tran tran quotidiano come me possono risparmiarsi ore, mesi, anni di riflessioni, trovandosele belle chiare chiare su carta, pronte per essere usate.
In questo momento ad esempio sto leggendo “il gusto di essere felici” e devo dire che è quanto di meglio mi potesse capitare per meditare sulla mia vita. Da tempo sostengo che è il nostro atteggiamento mentale a corrodere o accrescere la nostra gioia di vivere e in questo libro se ne spiega passo passo il perché e il come. Quanto spesso, concentrati sulle brutalità o sulle negatività di quanto ci sta capitando, non prestiamo adeguata attenzione agli spiragli, alle cose positive che abbiamo di contro e che sono tutti’ altro che scontate? Un concetto mi pare centrale: cambiare la nostra visione del mondo non significa essere sciocchi ottimisti, tantomeno degli esaltati euforici a prescindere. Non dobbiamo, in sostanza, costringerci all’ ottimismo continuando a ripeterci scioccamente “oh come sono felice”. Si tratta piuttosto di eliminare quelle che Ricard definisce “tossine mentali”, come l’ odio e ogni altro sentimento negativo, acquisendo più controllo sui meccanismi della nostra mente e più equilibrio nella percezione della realtà.
Saper comprendere la realtà…che cosa difficile! “interpretiamo male il mondo e poi ci lamentiamo che ci tradisce” scriveva Tagore. E’ vero, è quanto in passato spesso facevo anche io. Intendiamoci, ognuno ha il suo percorso e comprende questi fenomeni in base alle proprie capacità ed attitudini personali. A me ad esempio, da amante di teatro quale sono, mi ci ha fatto riflettere William Shakespeare: Quando la tua anima è pronta, lo sono anche le cose”.
Cosa significa questo, in sostanza, se non che il tuo modo di percepire la realtà la influenza e la conduce dove tu vuoi che vada? So che per molti questi concetti possono suonare alternativamente noiosi, banali, interessanti, inutili, preziosi. La loro stessa percezione dipende dallo stato d’ animo di chi legge ed io per questo li scrivo. Se pur inutili per molti, potrebbero essere importanti anche per una sola persona e comunque lo sono senz’ altro per me che li sto scrivendo ora. Tutto ha un perché, tutto ha un iter ed un percorso, sta a noi decidere se volerlo comprendere o no..se indirizzarlo o farsene trascinare.
E qui ritorno al titolo di questo articolo, a Michele, giovane trentenne che non ce l ha fatta. Ho letto la sua lettera… bella, profonda, meditata, in alcune sue parti persino vera . Il problema è che non rappresenta, in nessun modo, una riflessione sulla soluzione. La morte non lo è, quello stato d’ animo neppure, quel tedium vitae che in molti abbiamo provato men che meno. Colpe distribuite a pioggia su una realtà percepita come ostile. Lo capisco, Michele. Perfettamente. Proprio per questo credo che le riflessioni di Ricard andrebbero insegnate a scuola, perché le materie pragmatiche sono importanti, ma anche le risposte ai problemi esistenziali della vita. Queste ultime, anzi, sono fondamentali. I romani ed i greci lo sapevano perfettamente, tanto è vero che di filosofia si disquisiva a qualsiasi età ed in qualsiasi luogo. Oggi noi ci sentiamo evoluti, più avanti. Abbiamo tecnologie mirabolanti che risolvono milioni di incombenze noiose. Abbiamo svaghi e diversivi. Ma anche molte domande fondamentali oramai prive di risposte.

Di seguito il testo della lettera di Michele.


“Ho vissuto (male) per trent’anni, qualcuno dirà che è troppo poco. Quel qualcuno non è in grado di stabilire quali sono i limiti di sopportazione, perché sono soggettivi, non oggettivi. Ho cercato di essere una brava persona, ho commesso molti errori, ho fatto molti tentativi, ho cercato di darmi un senso e uno scopo usando le mie risorse, di fare del malessere un’arte.
Ma le domande non finiscono mai, e io di sentirne sono stufo. E sono stufo anche di pormene. Sono stufo di fare sforzi senza ottenere risultati, stufo di critiche, stufo di colloqui di lavoro come grafico inutili, stufo di sprecare sentimenti e desideri per l’altro genere (che evidentemente non ha bisogno di me), stufo di invidiare, stufo di chiedermi cosa si prova a vincere, di dover giustificare la mia esistenza senza averla determinata, stufo di dover rispondere alle aspettative di tutti senza aver mai visto soddisfatte le mie, stufo di fare buon viso a pessima sorte, di fingere interesse, di illudermi, di essere preso in giro, di essere messo da parte e di sentirmi dire che la sensibilità è una grande qualità.
Tutte balle. Se la sensibilità fosse davvero una grande qualità, sarebbe oggetto di ricerca. Non lo è mai stata e mai lo sarà, perché questa è la realtà sbagliata, è una dimensione dove conta la praticità che non premia i talenti, le alternative, sbeffeggia le ambizioni, insulta i sogni e qualunque cosa non si possa inquadrare nella cosiddetta normalità. Non la posso riconoscere come mia. Da questa realtà non si può pretendere niente. Non si può pretendere un lavoro, non si può pretendere di essere amati, non si possono pretendere riconoscimenti, non si può pretendere di pretendere la sicurezza, non si può pretendere un ambiente stabile.
A quest’ultimo proposito, le cose per voi si metteranno talmente male che tra un po’ non potrete pretendere nemmeno cibo, elettricità o acqua corrente, ma ovviamente non è più un mio problema. Il futuro sarà un disastro a cui non voglio assistere, e nemmeno partecipare. Buona fortuna a chi se la sente di affrontarlo. Non è assolutamente questo il mondo che mi doveva essere consegnato, e nessuno mi può costringere a continuare a farne parte. È un incubo di problemi, privo di identità, privo di garanzie, privo di punti di riferimento, e privo ormai anche di prospettive.
Non ci sono le condizioni per impormi, e io non ho i poteri o i mezzi per crearle. Non sono rappresentato da niente di ciò che vedo e non gli attribuisco nessun senso: io non c’entro nulla con tutto questo. Non posso passare la vita a combattere solo per sopravvivere, per avere lo spazio che sarebbe dovuto, o quello che spetta di diritto, cercando di cavare il meglio dal peggio che si sia mai visto per avere il minimo possibile. Io non me ne faccio niente del minimo, volevo il massimo, ma il massimo non è a mia disposizione. Di no come risposta non si vive, di no si muore, e non c’è mai stato posto qui per ciò che volevo, quindi in realtà, non sono mai esistito. Io non ho tradito, io mi sento tradito, da un’epoca che si permette di accantonarmi, invece di accogliermi come sarebbe suo dovere fare.
Lo stato generale delle cose per me è inaccettabile, non intendo più farmene carico e penso che sia giusto che ogni tanto qualcuno ricordi a tutti che siamo liberi, che esiste l’alternativa al soffrire: smettere. Se vivere non può essere un piacere, allora non può nemmeno diventare un obbligo, e io l’ho dimostrato. Mi rendo conto di fare del male e di darvi un enorme dolore, ma la mia rabbia ormai è tale che se non faccio questo, finirà ancora peggio, e di altro odio non c’è davvero bisogno. Sono entrato in questo mondo da persona libera, e da persona libera ne sono uscito, perché non mi piaceva nemmeno un po’. Basta con le ipocrisie.
Non mi faccio ricattare dal fatto che è l’unico possibile, io modello unico non funziona. Siete voi che fate i conti con me, non io con voi. Io sono un anticonformista, da sempre, e ho il diritto di dire ciò che penso, di fare la mia scelta, a qualsiasi costo. Non esiste niente che non si possa separare, la morte è solo lo strumento. Il libero arbitrio obbedisce all’individuo, non ai comodi degli altri. Io lo so che questa cosa vi sembra una follia, ma non lo è. È solo delusione. Mi è passata la voglia: non qui e non ora. Non posso imporre la mia essenza, ma la mia assenza sì, e il nulla assoluto è sempre meglio di un tutto dove non puoi essere felice facendo il tuo destino.
Perdonatemi, mamma e papà, se potete, ma ora sono di nuovo a casa. Sto bene. Dentro di me non c’era caos. Dentro di me c’era ordine. Questa generazione si vendica di un furto, il furto della felicità. Chiedo scusa a tutti i miei amici. Non odiatemi. Grazie per i bei momenti insieme, siete tutti migliori di me. Questo non è un insulto alle mie origini, ma un’accusa di alto tradimento.
P.S. Complimenti al ministro Poletti. Lui sì che ci valorizza a noi stronzi.
Ho resistito finché ho potuto”.
Michele

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E che il 2017 abbia inizio, anche sul blog.

Il nuovo anno del blog comincia con 14 giorni di ritardo. Il 2016 è stato un anno col botto, pieno di cose bellissime e anche purtroppo di qualcuna meno bella. Una relazione è terminata e due volte la morte ha bussato a persone a me care. Una bambina di sette anni ci ha lasciato in aprile ed un amico cantante ha deciso di legare il suo nome all’ anno delle morti illustri nel panorama musicale, uscendo di scena come solo un grande può fare, il 31 dicembre. Il silenzio e il raccoglimento mi serviva, cosi mi sono isolata per una quindicina di giorni, concentrandomi anche per impostare la partenza del nuovo anno in modo giusto al lavoro nuovo. Ho letto, ho riflettuto, ho tagliato in alcuni casi, ho ricucito in altri. Ieri sera ho capito che era ora di tornare, che ero pronta. Che anno sarà per me? sarà l’ anno del lavoro, l’ anno dello studio della recitazione e dell’ introspezione. Cercherò di proseguire con i viaggi, passione bruciante, ma meno febbrilmente dell’ anno scorso. Il resto sarà ciò che Dio o chi per lui vuole.

Ho appena terminato di rivedere “la ciociara”. Guardare lo stesso film ad età diverse, con consapevolezze differenti, trascorsi che son mutati, competenze più o meno ampliate, beh, è quasi come vederlo per la prima volta. Ricordo che alla mia prima visione ero una studentessa liceale e l’ aspetto che più mi interessava e osservavo era la trama, la storia che raccontava. Ci sono stati poi gli anni della lotta politica e ricordo come fosse ieri l’ attenzione che riponevo per i dettagli storico/politici del periodo narrato e le conseguenze sociali di quelle scelte politiche.
Ed eccoci qui, oggi. Oggi ho guardato il film, o quantomeno ho provato a guardarlo, dal punto di vista tecnico: la recitazione, la regia, la fotografia, il montaggio. La Loren fu candidata e vinse tutto quello che poteva vincere, a ragione. Che gigante che era…e pensare che la parte doveva essere della Magnani! chissà che storia avrebbe avuto il film se lei avesse fatto Cesira e la Loren Rosetta…Invece la parte di Rosetta è stata affidata all’ undicenne Eleonora Brown. Per farla piangere a dovere nella scena finale del film De Sica le raccontò che la sua famiglia era morta in un incidente d’ auto, una cosa che, se fatta oggi, comporterebbe, credo io, una trentina di denunce e una vita di psicoterapia.Ma erano altri tempi. Era un altro cinema. Era il periodo in cui un’ attrice (Magnani, NDR) rifiutava un ruolo che già si sapeva sarebbe stato candidato a innumerevoli premi, perché riteneva che la troppa vicinanza anagrafica e le troppe differenze fisiche con una Loren figlia avrebbero nuociuto al film ed anzi proponeva al posto suo colei che era stata scelta per un ruolo minore.Certo, ora la cinematografia ha fatto passi da gigante, ma, credetemi, quel mondo li a me piace e, se possibile, manca.
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