Sotto il guscio siamo uguali.

Ho appena letto del suicidio del modello trentaduenne Rick Genest.
Tutti noi lo conoscevamo come “zombie boy”, per via dei tatuaggi su tutto il corpo.
Un uomo che aveva suscitato critiche e giudizi asprissimi da parte di tutta quella fetta di mondo benpensante convinta di essere sempre in diritto di giudicare e sapere cosa sia consono e cosa no.

Non entro nel merito della questione “tatuaggi”, tantomeno mi interessa andare a cercare motivazioni che rendano comprensibili scelte di vita ( e di morte) estreme.
Poco mi interessa del fatto che in adolescenza fosse stato operato di tumore al cervello, ancor meno di sapere se si drogasse o meno. Ciò su cui rifletto invece è la fragilità umana. Quella stessa fragilità che si cela dietro una timida ragazzina che decide di lasciarsi andare non mangiando più ma anche, incredibile a dirsi, dietro un ceffo che alla vista ci fa paura e raccapriccio, che pare il più forte e pericoloso sulla terra ma che, invece, è fatto della stessa fibra e dello stesso cuore della ragazzina che poi anzi citavamo. Dovremmo andare cauti con i giudizi, specie sulle apparenze: fuori, ognuno di noi, ha il guscio che si è dipinto.

Dentro, oltre gli abiti, il corpo, l’ atteggiamento, molto spesso, siamo tutti uguali.

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Antro del Corchia, alla scoperta di cosa succede sotto i nostri piedi

Da un po’ di tempo a questa parte ho scoperto che le viscere della terra mi affascinano.
Esiste un mondo parallelo, sotto di noi, fatto di tempi che neppure riusciamo a concepire.
Prendete le colonne: una stalattite ed una stalagmite che camminano, goccia dopo goccia, finché non diventano in unica formazione, un po’ come nella visione romantica dell amore, dove un uomo e una donna che decidono di sposarsi e stare insieme per sempre decidono di unirsi nel matrimonio. Ecco, solo che la ricerca l’uno dell’ altro fino al fatidico sì avviene in milioni di anni.
Oggi L antro e’ ben visibile a tutti noi, che ce ne beiamo estasiati dai faretti che lo illuminano.
Ma pensate agli speleologi che trovano un buco su un monte, delle dimensioni di una tana di coniglio e con un solo faretto sulla testa cominciano a scendere, per decine, centinaia di metri. Dormono tra le viscere della terra e vi restano per giorni, mossi solo dalla curiosità di sapere cosa si trova la sotto. Letti di fiumi di milioni di anni fa, pozzi e cascate che alimentano le sorgenti dalle quali, inconsapevoli, beviamo. Che meraviglia!
ammaliati!

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L’ eccellenza passa anche per il riconoscimento del merito.

Dwight Eisenhower diceva: “Sono convinto che un capo debba avere l’umiltà di accettare pubblicamente la responsabilità degli errori dei subordinati che ha scelto e che, del pari, debba riconoscere pubblicamente il merito dei loro successi.”
Ciò che accade di sovente oggi è invece che i dirigenti non solo si assumano i meriti dei successi, scaricando ogni responsabilità in caso di insuccesso sui sottoposti, ma, addirittura, li privino persino di quei riconoscimenti di stima e degli apprezzamenti per gli evidenti risultati, sminuendone addirittura il valore.
In tempi in cui le lotte di classe e le fatiche dei sindacati vigilavano a che il merito andasse premiato con lauti compensi questa modalità aveva effettivamente una logica, si sminuiva il lavoro altrui per non riconoscergli poi un compenso o quantomeno riconoscerne uno che fosse il più basso possibile in termini economici.
Oggi tuttavia lo scenario è mutato: il potere sindacale è ridotto, per logiche che non starò neppure ad analizzare, a poco più che macerie; i premi non se li aspetta più nessuno, le carriere, per la maggior parte dei casi, divengono “verticali” e vengono ricondotte a crescita in termini di visibilità e responsabilità ma difficilmente a benefit economici.
Perché quindi continuare a non riconoscere quantomeno il merito?
Questa domanda me la sono posta spesso e ad oggi non mi son saputa dare risposta. Nella mia esperienza personale, professionale ed extra lavorativa, quello che ho osservato è che là dove un capo ha utilizzato due dei suoi preziosi minuti per telefonare al collega che si è distinto, lo stimolo a far più e meglio ha portato risultati duraturi nel tempo e migliori feed nei report sull’ analisi del clima.
Nelle realtà in cui invece, al netto dell’ impegno e dei risultati, ai colleghi è stato detto che non era sufficiente o peggio, che dovevano proseguire nel dimostrare di non essere solo un costo per l’ azienda per la quale lavorano, i risultati sono precipitati terribilmente a causa dell’ abbattimento dell’ autostima e della fiducia nelle proprie capacità, della convinzione che tanto ciò che si fa non va mai bene e comunque non è mai abbastanza, che i risultati, tanto, sono e restano comunque irraggiungibili indipendentemente dall’ impegno che ciascuno mette nel quotidiano.
Intendiamoci, questa non ha la pretesa di essere una lezione accademica e fricchettona sul buonismo generalizzato. Le aziende non sono ONLUS od ONG senza scopo di lucro, sono società che hanno come fine principale il profitto, quanto più alto possibile. Sottolineare cosa non va, cosa è migliorabile, dove correggere il tiro è la ragione d’ essere di un dirigente, ma la sua credibilità nei richiami dipende strettamente dal riconoscimento della sua obiettività sui giudizi, sia quando appunto sono negativi sia quando invece sono positivi.
Prendersi un minuto o due il giorno per scrivere una mail di ringraziamento ad una realtà virtuosa è un imperativo al quale non ci si dovrebbe sottrarre,ma la verità è che l’utilizzo di modelli organizzativi e di pratiche di gestione delle risorse umane che avevano come riferimento la centralità delle persone è stato il più delle volte strumentale piuttosto che il frutto di un reale convincimento.
Il tema oggi è tornato di moda, probabilmente perché i segnali di allarme sono tanti: Un report di Gallup mostra ad esempio come solo il 13% dei dipendenti siano motivati e ingaggiati rispetto al loro lavoro. Un numero davvero preoccupante se consideriamo l’intera forza lavoro mondiale.
Le persone non sono contente di quello che fanno e non amano il proprio lavoro, dedicando ad esso poca attenzione e investendoci veramente poco.
Nelle realtà più superficiali si è creduto fosse sufficiente effettuare cambi generazionali, ovvero prepensionare forze lavoro “stanche” e assumerne di nuove, più fresche. Peccato tuttavia la soddisfazione non passi solo da un fattore anagrafico ma anzi da attaccamento alla propria azienda e dal piacere che proviamo nello svolgere le nostre mansioni quotidiane. Ecco perché spesso ci capita di venir serviti da persone giovani ma comunque poco entusiaste e molto svogliate, con risultati, ovviamente, poco eccellenti.
Di questo, grazie a dio, i manager si stanno accorgendo, speriamo soltanto abbiano il coraggio e le capacità di intervenire.

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Chi va via, spesso non merita di tornare

Nelle ragioni del cuore non esistono regole, lo comprendo.
Esistono tuttavia dei confini che a mio avviso non andrebbero mai superati ma purtroppo noi donne, così intelligenti, sagaci, capaci, alle volte sembriamo non volerlo accettare.
Troppo spesso ultimamente, Scorrendo la cronologia di face leggo post di mie amiche che scrivono cose del tipo “è tornato da me” ed ogni volta dentro muoio un po’.
Se vi ha lasciato perché era confuso, perché il problema non eravate voi ma lui, perché aveva un altra, perché doveva vedere come stava senza voi….beh, dovreste proprio lasciar perdere, fidatevi.
Una persona che non sa con certezza se la vita con voi sia migliore oppure no o che si è fatto ammaliare dal canto di un altra sirena ed è curioso di vedere mari nuovi è semplicemente una persona che è tornata da voi perché rappresentate l’ opzione “meno peggio”, non sicuramente l’ unica possibile.
Ecco, nessun essere umano dovrebbe essere l’ opzione più accettabile di nessuno, dovrebbe rappresentare l’ unica.
Se il problema non siete voi, come magari vi ha detto, che senso ha allontanarsi? se a fronte dei suoi guai la risposta migliore per lui è mettervi a latere, significa che voi siete un problema, eccome. Con questo intendo dire che non esiste il perdono? certo che si, ma per altre casistiche, non sicuro per queste.
Ovviamente questo è il mio punto di vista, criticabile e non condivisibile per carità, ma credo, e lo dico continuamente, che chi si ama davvero non può accettare che qualcuno a cui ha dato tanto di punto in bianco prenda il suo cuore, ne faccia brandelli e se ne vada, convinto di valere cosi tanto da poter tornare quando gli pare come se nulla fosse cambiato.

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L’ amore vero esiste ed è meravigliosamente imperfetto.

Sabato pomeriggio sono stata a fare una meravigliosa visita guidata a Palazzo Pitti e vi devo confessare che, nonostante non fosse la prima volta che vi entravo, la sensazione di stupore ed estasi mi ha travolta completamente.

Di tutte le cose viste, una ha colpito particolarmente la mia attenzione, l’ “amorino dormiente” di Caravaggio,
forse perché tra pochi giorni sarà San Valentino, forse perché ero lì con il mio fidanzato, o, più probabilmente, perché in quest’ opera ho scorto un significato che mi sento di condividere a pieno.

Non so se avete idea di cosa stiamo parlando: in sostanza il dipinto, effettuato con la tecnica della pittura a risparmio, ha sfondo completamente nero e, da una luce che come un proiettore illumina solo il protagonista principale, si scorge un piccolo Cupido che, appunto, dorme.
Non si tratta però del solito Dio bambino dalle fattezze perfette, no.
Questo piccolo è decisamente bruttino e persino malconcio. Sembra quasi spossato e privo di forze, come noi dopo una intensa giornata di lavoro: per stare comodo, utilizza una delle sue ali come se fosse un piccolo materasso, mentre l’altra è tesa verso l’alto. Sul corpo ha delle macchie, è malato probabilmente, un’ idea di divinità molto diversa dall’ iconografia classica, senza dubbio.

Ecco, in questi giorni ho pensato molto a questa raffigurazione di amore, del tutto lontana dalla perfezione che tanto sognamo, ma, in compenso molto più reale e veritiera.
Quante volte, immaginando il nostro amore dei sogni, attribuiamo a questo un aspetto perfetto?
Quanto spesso lo pretendiamo composto, etereo, lontano da questa immagine di pargolo ripiegato su un’ ala e con la faretra a fargli da cuscino?

Ecco, forse dall’ amore ci aspettiamo caratteristiche divine che sono lontane dalla nostra umana condizione.
Fateci caso: Anche quando da esterni osserviamo due amanti,ci arroghiamo il diritto di giudicarli solo e soltanto in base al loro aspetto, perdendoci in dozzine di commenti su quanto uno sia migliore dell’ altro, su quanto sperequata o ingiusta possa apparire una relazione, guidati solo e soltanto da aspettative che nulla hanno a che vedere con ciò che realmente siamo e, soprattutto, su ciò che veramente conta.
Abbiamo in sostanza idealizzato cosi tanto l’ amore e abbiamo creato su di lui un’ aspettativa cosi elevata da non riuscire ad essere mai soddisfatti.

Ancora qualche ora e questi pensieri prenderanno corpo sulle le bacheche dei social , che si riempiranno di frasi su amori impossibili, aspettative sopra ogni standard, battute acidule o sconfortate di chi l’ amore non riesce a trovarlo e di chi, purtroppo, neppure ci prova più.
Ed io?
Ecco, se io dovessi dire cosa realmente vorrei da questo San Valentino, beh, sarebbe che il mio compagno, nel tornare a casa dal suo allenamento, mi guardasse ronfare tutta rannicchiata nel mio pigiamone di pile,in quelle pose assurde che ho quando dormo rilassata, si avvicinasse al mio orecchio e mi dicesse che non sono la più perfetta di tutte, ma sono l’ amore del suo cuore per come sono, per ogni mio singolo difetto.
Io, ve lo confesso, da tempo ho compreso il valore e la bellezza del cupido di Caravaggio e nella mia vita desidero circondarmi solo e soltanto di amorini dormienti: le eteree ninfe, le splendide Veneri ed i prestanti Apolli mi fanno ansia, mi sanno di illusione.

Buon San Valentino da Sgamby amici!

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